lunedì, Ottobre 18, 2021
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LA VESPA CARTONAIA

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Una chiazza grigiastra, come una grossa pillacchera di fango disseccato, appiccicata fra il muro e il tubo rugginoso della grondaia: vista da vicino assomiglia al favo delle api.

È un aggregato di minuscole cellette esagonali fatte di un curioso materiale duro che sembra cartone. A tutti noi, probabilmente, è capitato di vederne, in campagna, in un giardino, attaccato ai cespugli, alle travi e anche alle pareti di legno. Una voce ammonitrice ha subito arrestato la nostra mano curiosa con un brusco avvertimento : Attenzione! E’ un nido di vespe!

Già, proprio un nido di vespe, di una delle molte specie di vespe, la Polistes gallicus, che da noi si chiama appunto Poliste o Cartonaia. Quest’ultimo nome le deriva dallo strano materiale con cui fabbrica le sue cellette, quella specie di cartone grigiastro che la vespa elabora intridendo scorie di legno con la saliva.

A differenza delle api, la Vespa cartonaia inizia da sola la costruzione del suo nido,

che coincide con la fondazione di una nuova colonia. All’inizio della primavera una femmina, già ricca di uova pronte per essere deposte, sbuca dal nascondiglio ha precariamente passato l’inverno (solo poche vespe riescono a superare il periodo freddo) e si dà con alacrità alla sua opera architettonica.

La sua costruzione non ha la perfetta simmetria di quella delle api, è piuttosto grossolana, attaccata alla parete con un robusto picciolo di cemento e di forma irregolare.

Ma bisogna pensare che la vespa lavora sola e tale rimane finchè dalle uova, deposte una dopo l’altra nelle cellette, non nascono le larve.

Mentre le celle delle api sono chiuse e contengono sia il nutrimento per la larva, queste, in numero di 20-30, sono aperte, senza involucro e la madre nutre i suoi piccoli uno per uno, esattamente come la rondine imbecca la sua nidiata.

Alla fine della primavera ogni cella si chiude e, sotto il compatto opercolo prodotto dalla stessa ninfa, avviene la misteriosa trasformazione. Quello che compare alla luce, dopo una dozzina di giorni, è un insetto perfetto, dal lucido corsetto nero e dall’addome tigrato, le tenui ali già atte al volo.

Da quel momento termina l’opera solitaria della vespa progenitrice, capostipite e signora della colonia. Le operaie pensano a raccogliere materiale da costruzione e nutrimento, ad ampliare il nido, mentre le femmine e i maschi, destinati a perpetuare la specie, nascono e si sviluppano. Un agglomerato di insetti intelligenti, dunque, molto simili alle api.

L’alveare delle api con la sua rigida struttura gerarchica, con le sue leggi perfette, con la sua sapiente organizzazione, che consentono alla comunità una vita pressoché indefinita, ci appare, di fronte all’umile e precario nido di vespe, come una civile città europea paragonata a un villaggio africano.

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